HOMOIOSIS - un libro di Lodovico Pace
...queste cose non avvennero mai,
ma sono sempre:
l’intelligenza le vede come assieme
in un istante,
la parola le percorre
e le espone in successione.
(Saturnino Secondo Salustio, Gli dei e il mondo. Esergo di Homoiosis)
Homoiosis, ultimo libro poetico di Lodovico Pace, caro amico e generoso animatore del Vertex per tanti anni, è un testo che ho letto di getto ma poi approfondito con una partecipazione completa, emotiva prima e, con vera, direi sofferta, difficoltà critica, poi. Non poteva per me essere diversa cosa, evidentemente. Questo perché, come in pochissimi altri casi, non potevo rimanere minimamente distaccato al ripercorrere cose conosciute ed altre intuite, lungo un percorso che si traduce in poesia ma che è eminentemente esistenziale.
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Intendiamoci, non voglio sottoporre nessuno degli ipotetici e rari lettori, ad una sviolinata emozionale, sottintendendo vissuti alternativi ed incomparabili... le tante difficili ed esaltanti storie... perché sappiamo bene che tutti hanno incomparabili ed alternative storie, ed io medesimo, il più delle volte sono alieno, magari sorridendo, dalle compiacenze generazionali o di ben supposte e supponibili affinità elettive, perché conosco dolorosamente anche una loro intima vacuità, un loro scontato autocompiacimento, un loro surrettizio facilismo amicale. Persino la sobrietà stoica che personalmente ho sempre tentato - ben arduamente - di prendere a modello, se diviene una (im)prevedibile deriva elitista, snobbante o negatrice della sorpresa che sempre ci attenta ad ogni mutare delle bandiere e delle mode, può determinarci, anche al meglio, nel ritrarsi malinconico ed improduttivo in una zona di privato conforto. E forse non ho motivo di fidarmi troppo che questa excusatio non petita... riguardi anche solo me, seppur come complesso di colpe personali o comunitarie, lungo i decenni degli slanci generosi, persino sapienti a fronte degli inevitabili fallimenti di successo, tutti ripetutamente prevedibili ed a volte dettagliatamente previsti e già scontati. Perché proprio nello svolgersi sia sincopato che disteso di Homoiosis, questo andare e ritornare, questo sperare ed illudersi, questo amare e lottare, questo “complesso virile”, è proprio ciò che fa la poesia parola per parola e si riscontra verso per verso. Lo fa perché traccia infinitesimamente - il punto che è niente e tutto - le ferite dolorose ma realmente onorevoli di una storia e di una eredità drammatica con le spinte temporali di una pura exuperantia spirituale, cambiando via via solo gli status interiori e quelli leggibili dagli altri ma non le sostanze sociali nella loro cruda ottusa materialità. Si vive così in uno squilibrio innegabile di tempo e spazio. Il tempo e lo spazio esiguo del sé e del troppo degli altri. E si vive, nella vita e nella poesia, in una diagnostica feroce ed assieme dolce, magari cullata, se va bene come in Homoiosis, dalla sapiente musicalità che sa mantenere, quando serve, le sue durezze, persino le sue acerbità calate nei panni di allora e rivestite poi del giudizio consapevole (direbbe l’ipocrita: “responsabile”) del dopo. Ma mai gergali nel senso del risibile gruppismo borgesiano, e mai sulla, nella, dentro, a causa, a favore, per... la moda, che è peggio della morte, come molti dei migliori sanno, ma ben pochi degli altri.
questo andare e ritornare, questo sperare ed illudersi, questo amare e lottare, questo “complesso virile”, è proprio ciò che fa la poesia parola per parola
Homoiosis, è quindi a trazione anagogica e ripercorre come stile una visione amicale della militanza interiore provatasi nel fare pulito, direi addirittura monacale od ancor più incredibilmente cameratesco, della poesia, verso una dimensione rivelatoria e problematica assieme, non sedicente apofatica e/o essenzialistica. Qui non si tratta di “posatori”, di anime belle, di costruzioni sapienti di organizzatività ed uffici marketing. Mascherabili con l’abitualità ipocrita - ma feroce - dei “moderati”. È una scelta non solo ideologica, ma rivendicata in ideo-logica (quella a cui sapientemente accenna Augé) e giustizia, a viso ed a cuore aperto. Concentrata sul sé, legittimamente, utilmente (come riserva ineliminabile anche se sempre difficilmente sondabile nel nostro corpo vile e non sempre splendente) e che però, a ben sapere, è il noi più di quanto il logos allevato male dal narcisismo strabordante, di sempre e troppo spesso eterodiretto di oggi, ci sussurri con voce malevola e discorde. Moda anch’essa, quando non è pura ed innegabile evidenza. Non per la lucidità che sempre serve agli intelligenti perseguire all’estremo anche pagando un prezzo pesante, ma per il suo tratto ingeneroso e battibeccante. Al contrario, una sorta di umiltà mai serva e mai arresa - santa se non fosse epatante dirselo - che è la versione del canone occidentale più limpido e familiare, anche se può trovare infinite tracce nelle migliori tradizioni ove: la serenità interiore anche se meglio nella sua versione di mente pacificata e non di arcadia fasulla; il distacco dal frutto dell’azione; l’autodominio; il coraggio spirituale per il perseguimento di un ideale nobile; la fermezza mentale; siano il fulcro del vivere.
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Homoiosis così è una storia lunga di sé e di altri e quindi non può mettere troppo in sordina il duro lavoro interiore prima e sugli altri dopo, com’è giusto che sia, perché lo dimostrano proprio queste pagine con sincerità a volte pudica, accoglienza abbracciante, da amico provato, nella musicalità spesa lungo una ripetizione difficilmente lenta e proprio invece utile a fare una piccola e pur infinitesima storia eterna di noi stessi in azione. L’opzione poematica, così inattuale nell’era del clinamen. Non parole nude ma parole più o meno vestite di tutti gli ideali nei fatti che hanno ancora rapporto con le cose nude e che pur ci rivestono, male se a guisa di agiti od aggirati, sperabilmente meglio in piccoli mai domi eroi della Via Pal. Inconsapevolmente consapevoli. Qui l’uomo attraversa tutto, certo con l’occhio attento al “fuori”, ma questo “fuori” non è il mondo che si prende come centro sufficiente ma solo come punto di leva e perno di svolta di un percorso - per l’uomo - a mete progressive. Un “fuori”, non del secolo dei preti di ogni risma, ma di un tempo ove “...queste cose non avvennero mai, ma sono sempre: l’intelligenza le vede come assieme in un istante, la parola le percorre e le espone in successione”. Così v’è più consapevolezza delle forze, centripete e centrifughe, che costantemente cerchiamo di penetrare nel loro rapporto d’inclusione ed estrusione. Sono, forse, un’aggiornata versione di ciò che in passato, avremmo potuto, non da apoti, con l’occhio sguincio ed il sorriso falso, ma da semplici avvertiti, definire vacuità e destino. Senza necessariamente mettere in conto eccessive costruzioni dialettiche. Ovvero gli infiniti e feroci letteralismi, di ogni ordine e grado. ¿Ma chi allora, ed ora, avrebbe potuto esprimersi così? Solo chi avesse avuto ed abbia ancora il coraggio di guardare alla nostra miseria ed alla nostra grandezza ontologiche come ad un varco su un mondo gradatamente più sottile e correlativamente più difficilmente risalibile oltre le vere e false ombre autentiche o costruite ad arte, ma indiscutibili, che, sempre, sono diversamente pervadenti.
Homoiosis è una storia lunga di sé e di altri e quindi non può mettere troppo in sordina il duro lavoro interiore prima e sugli altri dopo
Homoiosis, nelle sue pagine lo rivela ad ogni passo, sotto le straordinarie forme che la vita, il caso, il progetto, il fallimento ed il successo, volenti o nolenti, ci squadernano. Tutta l’immemoriale filosofica diatriba sul rapporto soggetto/oggetto tende così a sfumare in progressione rispetto a questa potenzialità, ed infatti già sulla riva migliore, si sprecano i richiami distintamente plurivoci ma sostanzialmente concludenti alle necessarie dismissioni non dall’impegno ma dalle devianti appropriazioni. Che divengono facilmente espropriazioni, anche perché - oltre alla massa immane degli ignavi - c’è chi ci lavora professionalmente sopra notte e giorno con più o meno geniale cattiveria. In questa epoca di disincanti ancor più etero-manovrati, nell’acquiescenza o nella rassegnazione dei più, dobbiamo avere in sorte, molto impegnativa per non dire tragica, di ritrovare costantemente la nostra originaria vocazione archetipica come salda, attuale, consapevolezza stoica.
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Così tutta questa poesia è un racconto che è giusto che sia tesi antitesi sintesi. I tre quadri che si ripetono all’infinito entro se stessi in punti di forza non onirici ma visionari dell’opera poematica, che se non è sempre opera-mondo può essere opera-in-noi. Ancor prima come vocazione che come metodo. Richiamo qui specificatamente una cosa che notava, molto tempo fa, quasi con divertita sorpresa, Vettori e che fa bene Lodovico Pace a ricordare, ma che è consustanziale ad un progetto di vita, oltreché di potenziale artigianalità artistica. Ripercorrerne le technicalità di una volta, come fossero di sempre o di mai, mi è noioso, proprio per il legittimo fastidio di chi potrebbe ben facilmente equivocare. Qui vi è una perseguibile maturazione vitale che da intuitivamente ontologica, diviene, nel corpo nostro e della res publica, consapevolmente dialettica e quindi assume il concetto di non contraddizione come una posizione, ma sa che l’altra posizione (il tutto in uno e l’uno in tutto) è od ombra o specchio della prima e quindi carica di verità e di aspettative come la prima. Dappertutto risuona (anche dove meno ce lo aspettiamo) il motivo della Upanishad: “non è questo... non è questo”. Che - se sappiamo capirlo bene - non è un richiamo spiritualista, ma molto, molto, concreto. E persino universale se pur non certo globalista. È il monito dialettico/esperienziale al raggiungimento paradossale per via di levare, mentre tutti vogliono o vorrebbero solo aggiungere e che può mettere gerarchicamente in forma tutto: il mistero, la contraddizione, l’errore, la disfatta, l’umiliazione persino, se sono (se son stati, se fossero magari di morte, ma senza resa) il vincetossico di rito... pharmakon/cicuta (...è questione sempre di proporzione, ma non di stasi, ma non d’accomodamento transattivo e comunque mai di cinismo salottiero). Tutto, che vive nella posizione sempre altra da noi, ma che poi diviene in noi, fin dal tempo remoto - quasi storico - da dove siamo nati e cresciuti e che è dove siamo ancora. Basta confrontarsi con un, apparentemente alieno, pensiero stiegleriano: “...il denaro può quasi tutto se non assolutamente tutto”, per capire bene (facile facile, a prima vista) la faccenda di ciò che salva e di ciò che ammazza. “...La presa di controllo del simbolico da parte della tecnologia industriale” - sembrerebbe già più complessa, ma non lo è - che va dai sogni al cibo, dai carri armati alla carne da cannone, ovviamente a nostro danno, non è quindi uno scherzetto di passaggio dei tempi. È una cosa perenne. Solo, ora, terminalizzata, con la realtà aumentata. ¿Noi quindi, prima catafratti e poi sfatti, nel tutto onirico, tutto sfrangiato, tutto annichilito? No; se questo ci dà ancora la potenzialità di ampliarci senza rinnegarci. Sappiamo anzitutto però che non possiamo farcene moda, ovvero che dobbiamo proprio dircelo in segreto (tra noi, non in una parodia iniziatica, ma in una seria presa d’atto delle effettive compatibilità), per non cedere, mentre nel pubblico allargato dovremmo propagandarne comunque la giusta lotta senza esiti certi, severa, inattenuata e quindi nobile. Comunque tutti rischiamo tutto. Niente di solo onirico quindi (=il sogno dalla parte sbagliata, colla rifrazione fredda ed ingannatrice della poesia, contro la luce prismatica calda del sogno buono). Tutti propositi, ovviamente. Ma il nostro corpo è fatto di propositi. Noi siamo propositi, noi siamo radicalità che cercano destinalità.
Ma il nostro corpo è fatto di propositi.
Noi siamo propositi, noi siamo radicalità che cercano destinalità.
Sappiamo poi, tra ben pochi, dalla storia vera, che persino le destinalità false, ma ben architettate e foraggiate, possono divenire destini, anche se non sempre riusciamo a ben sceverare tra destinalità presuntuose, soffocanti, geniali, soccombenti, in definitiva tutte quelle umane che conosciamo. Ma il mito che ci abita può fare la differenza, non solo nell’illusione, ma nell’autocostruzione, nella doppia anima, nella supreme fiction, che deve essere sempre feroce con se stessi. Ma proiettiva. Per essere comunque autentica l’immaginazione attiva è/può/deve essere (lo scoprimmo e lo scopriamo sempre nel tempo) una funzione creativa di certa (e seria) marginalità attiva. Una grandezza, non una tristezza. In tale direzione contro la miseria simbolica ma soprattutto indipendentemente da quest’ultima, l’identità simbolica, che reputo una delle conquiste originarie di un certo nostro modo di essere (al meglio) è proprio quella che ci dà la forza nei momenti più difficili, come quelli che stiamo vivendo. Di credere ancora in noi e di non aspettarci tutto dal fuori, quel “fuori” pessimo di prima, ma di fare una vera rivoluzione interiore, che anche in caso di disfatta o di annichilamento nel “fuori”, ci preserverà nello spirito. E lo diciamo in senso cognitivo e non apocalittico.
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In questo crediamo che ci sia una vita, persino una felicità autentica, che è già qui, ora, assolutamente eterna nel nostro brevissimo passo e dopo (di noi), in noi, ancora combatterà, an ne forhtedon nã (=giammai con timore) per riaffermarsi e trovare la possibile migliore pace e giustizia. Il condizionamento non vincerà, sempre o per sempre, sull’esperienza. Ed in questo anche la poesia può non essere disarmata, anzi. Può conoscere l’incontrovertibile: “Delle stelle andate resta la luce”, splendente ultimo verso di Homoiosis.
– Sandro Giovannini
Scheda libro
Titolo: Homoiosis
Autore: Lodovico Pace
Edizioni: Marcianum Press
Anno: 2026
Pag: 176
Prezzo: € 17,10
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