IL VERO UOMO DI DESTRA STA CON VANNACCI
Ho guardato Roberto Vannacci parlare dei «rifiuti degli altri» e della sua «sporca dozzina» con una specie di gratitudine involontaria. Mi si è fermata la mano sulla tazza. Il caffè è rimasto lì, sospeso, mentre la frase faceva il suo mestiere: dire senza filtri ciò che altri mascherano con i comunicati. Il suo elettore ideale vuole una discarica disciplinata. Vuole sentirsi diverso, puro, irriducibile, per poi mettersi in fila dietro un generale.
Giorgia Meloni, al confronto, sembra quasi moderata. Quasi. Nessuno le sta cucendo addosso il tailleur del progressismo: la sua resta una destra dura, conservatrice, nazionale. Però governa. E governare è una faccenda volgare: parlare con Bruxelles, tenere i conti, rassicurare i mercati. Per una certa destra, già questo basta a far scattare l’allarme. Vede un vertice europeo e gli viene nostalgia delle adunate oceaniche. Vede una nota diplomatica e cerca istintivamente la fondina.
Meloni, pur con qualche ambiguità, resta nel campo occidentale e sostiene Kiev. Vannacci parla a chi difende i confini a geometria variabile: se il confine è italiano è sacro, se è ucraino diventa negoziabile. La patria, in questa versione tascabile, funziona benissimo al casello di Ventimiglia e perde nitidezza quando arriva alle pianure ucraine. Lì il vero uomo di destra scopre la complessità, parola che in patria considera una malattia progressista e all’estero maneggia con delicatezza notarile.
La patria funziona benissimo
al casello di Ventimiglia
e perde nitidezza quando
arriva alle pianure ucraine
Meloni costruisce consenso dentro i vincoli: attacca l’Europa nel linguaggio, tratta con le istituzioni europee, cerca margini, trasforma lo scontro in negoziato. La sua promessa è cambiare qualcosa senza rompere il tavolo. Vannacci parla a chi considera quel tavolo già truccato, la tovaglia sospetta, le posate globaliste e il cameriere probabilmente venduto a Bruxelles. Denuncia il lessico, rifiuta le buone maniere e sostituisce il compromesso con il gesto di forza. Meloni vende affidabilità nazionale. Vannacci vende insofferenza identitaria.
Alle telefonate con Washington, ai vertici NATO e agli alleati da non spaventare troppo, Meloni deve presentarsi con il volto adulto della politica. Vannacci parla a quella destra che considera ogni cautela una capitolazione e sogna un’Europa delle Nazioni Sovrane dove finalmente nessuno media con nessuno e tutti sono sovrani contemporaneamente. Un capolavoro geometrico: tante sovranità assolute nella stessa stanza, ognuna convinta di stare al centro. Con l’AfD sullo sfondo, più come poster che come programma, il vero uomo di destra detesta le internazionali e poi ne sceglie una più ruvida, più cupa, più adatta alla posa.
Meloni ha già costruito sull’immigrazione una linea durissima: accordi con paesi terzi, decreti, centri, espulsioni annunciate e conferenze stampa con tono da emergenza permanente. È la versione governativa del pugno sul tavolo, con fascicolo allegato e timbro ministeriale. A Vannacci serve un salto ulteriore: nel suo racconto il problema diventa certificare appartenenze. Il confine smette di essere una linea geografica e diventa una specie di esame orale di educazione civica e purezza culturale. Meloni gestisce la paura come una pratica ministeriale. Vannacci la mette in uniforme, le dà un regolamento e la promuove a visione del mondo.
Meloni sui diritti frena, restringe, manda segnali al suo mondo: famiglia tradizionale, scuola sorvegliata, prudenza su tutto ciò che somiglia a un riconoscimento civile. Vannacci prende lo stesso materiale e lo trasforma in allarme antiaereo. Una coppia omogenitoriale diventa una breccia nella civiltà. Una lezione di educazione sessuale diventa un reparto avanzato del gender. Una ragazza che chiede di vivere senza chiedere permesso diventa subito woke, parola comodissima: la dici e ti risparmi la fatica di capire. Meloni parla ai conservatori. Vannacci parla a chi scambia ogni riconoscimento civile per un attentato terroristico.
Vannacci offre il partito-caserma:
il capo, il reparto, il bersaglio,
la chiamata. Non un partito:
una sala d’attesa dell’ora
segnata dal destino
Meloni guida un partito verticale, molto verticale, ma deve fare i conti con coalizione, Forza Italia, Lega, Quirinale, Europa. Insomma, con quella fastidiosa vegetazione chiamata realtà. Vannacci offre il partito-caserma: il capo, il reparto, il bersaglio, la chiamata. Non un partito: una sala d’attesa per l’appello. La destra di governo diventa troppo adulta per chi vuole restare davanti al poster della nazione, con lo sguardo fiero e la cameretta mentale in ordine. Meloni firma decreti e resta dentro il potere. Vannacci offre il brivido di una destra ancora dispensata dalla prova più ingrata: spiegare come si governa davvero.
Chi si riconosce in questa idea di destra sta con Vannacci perché ritrova la parte più comoda della politica: sapere sempre contro chi stare e mai per fare cosa. Con Meloni deve accettare compromessi, responsabilità, vincoli, contabilità. Con Vannacci gli basta riconoscersi nel tono fumantino del caporale di giornata. Entra nella cabina elettorale come in una piccola garitta. Cerca il segno che promette ordine e disciplina e per un minuto si sente più forte e più libero. Come un soldatino di plastica sugli attenti.
— Aristea