TRUMP, IL SELFIE E L’AVANSPETTACOLO ATOMICO
C’è un momento in cui la diplomazia smette di essere un tavolo e diventa un palco. Con Donald Trump quel momento è diventato metodo di governo. L’ultima uscita su Giorgia Meloni, accusata di averlo implorato per un selfie al G7 di Évian, appartiene a questo genere: il capo della prima potenza mondiale che parla come un impresario di provincia convinto di aver salvato la serata concedendo una foto alla soubrette.
Secondo Trump, Meloni lo avrebbe pregato. Lui, magnanimo, avrebbe ceduto. Il copione è sempre quello: lui al centro, gli altri in fila, il mondo trasformato in anticamera del suo ego. La presidente del Consiglio ha risposto secca: dichiarazioni inventate, e una frase capita benissimo in Italia — né lei né l’Italia implorano. Il selfie è il coriandolo caduto dopo la festa. Sotto c’è una faccenda più seria: Trump tratta gli alleati come dipendenti maleducati, i nemici come interlocutori affascinanti, gli Stati come figuranti della propria autobiografia.
La presidente del Consiglio
ha risposto secca: né lei
né l’Italia implorano
Il punto comico, se non fosse politicamente tossico, è che Meloni era stata per mesi una delle poche leader europee disposte a prendere sul serio la commedia trumpiana. Presente all’insediamento, sorridente quando serviva, candidata perfetta al ruolo di ponte tra Washington e Bruxelles. Poi è arrivato l’Iran. L’Italia non ha seguito gli Stati Uniti nella missione bellica. Sigonella non è diventata una porta girevole per ogni desiderio militare americano. Il ponte, nella testa di Trump, si è trasformato in tradimento — un’escalation sentimentale degna di un fidanzato deluso, solo che il fidanzato ha l’atomica.
Al G7, entrando alla sessione conclusiva, Trump si è presentato con la battuta: «I’m the boss». Battuta, certo. Ma le battute dei potenti hanno una seconda vita. Restano attaccate ai tavoli, dicono quello che il protocollo nasconde. Trump non improvvisa una spiritosaggine. Enuncia un fatto, con la modestia di chi crede di farci un favore: una stanza, un padrone, ospiti in attesa di sapere se verranno lodati, insultati o licenziati davanti alle telecamere.
Siamo davanti
a un guitto con accesso
ai codici nucleari
Qui nessuno deve improvvisarsi medico né distribuire diagnosi dal balcone. La questione è politica, e basta già. Se Trump sta benissimo, siamo davanti a un guitto con accesso ai codici nucleari. Se dentro la macchina scenica c’è qualcosa che scricchiola davvero, la faccenda merita compassione umana e contenimento istituzionale. Chi soffre va compatito. Chi può danneggiare il mondo va messo nelle condizioni di nuocere il meno possibile — due affermazioni ovvie che, ai tempi nostri, vanno scritte per intero.
Meloni ha fatto bene a reagire. Certe umiliazioni non riguardano il carattere di chi le subisce, ma il rango politico di un Paese. L’Italia può avere rapporti stretti con gli Stati Uniti, può discutere, mediare, dissentire, pagare costi diplomatici. Non può accettare di essere raccontata come una provincia sentimentale dell’impero, grata per una foto concessa dal capo.
Fuori dal teatro ci sono guerre, alleanze, basi militari, popoli interi. Ed è lì, fuori, che si misura quanto a lungo ancora il mondo potrà permettersi di ridere.
—Aristea