EZRA POUND, LISETTA E QUEL GIORNO DI FEBBRAIO A ZOAGLI - Elzeviri liguri

EZRA POUND, LISETTA E QUEL GIORNO DI FEBBRAIO A ZOAGLI - Elzeviri liguri

La casa respira piano. Umidità nei muri, vento che passa tra le fessure delle imposte malferme. Sale che arriva dal golfo come una memoria che non si stacca. Sono seduto: ascolto il legno che scricchiola e l’acqua nei tubi che parla più di me. Il corpo pesa, il tempo stringe. La lingua è un oggetto chiuso in un cassetto.

Fuori c’è la strada a mezza costa, seminata di olivi, che porta alla chiesa di Sant’Ambrogio di Zoagli.  Quel nome che mi torna addosso è un’etichetta cucita male. Il nastro s’incolla alla collina tra terrazzamenti e muri a secco che trattengono terra e fatica. In alto, alla fine della salita, la chiesa sta ferma. Vibra solo il grappolo di campane chiuse nel campanile, quando il vento tira più forte. Per chi sa sentire.

Il «vicolo d'oro (Tigullio)»
si apre in basso
come una curva lenta

Sul sagrato, il risseu mette sotto i piedi una grafia dura, bianca e nera. Da lì il «vicolo d'oro (Tigullio)» si apre in basso come una curva lenta. E Rapallo si raccoglie in una mezzaluna di tetti rossi. Il mare fa il suo finto ordine, tra ondine bianche e schiumose che si fanno la rima a baciare. E mi basta un solo verso, uno solo: «That day there was cloud over Zoagli», per ritornare al mio Canto.

Poi quel bussare, leggero all’inizio, poi più insistente, poi uguale.  Il colpo entra nel legno, corre nelle travi, mi arriva nello sterno. Resto fermo. La distanza tra me e la porta diventa un corridoio lunghissimo. Nella testa si muovono cose piccole: una maniglia, un gradino, una parola che non serve.

Chi mi cerca ancora? E soprattutto chi cercano davvero? Mi chiamo Ezra Pound, mi dico e non mi sento. Lo provo dentro, come si prova un nome su una lingua che ha dimenticato il suo mestiere. 

Bussano ancora. Qualcuno fuori aspetta che io apra. A chi? Per cosa?  Sento anche questo: la pazienza tirata a lucido, il fiato trattenuto, il peso di un’attesa davanti alla porta. Mi alzo. Il pavimento mi risponde. Le mani vanno lente alla serratura, con una precisione che viene dalla stanchezza.

Apro. L’aria entra. Il vento è grigio e bagnato. Davanti a me ci sono due figure e, soprattutto, una macchina fotografica tenuta come si tiene un coltello beneducato. Lei si presenta: «Sono Lisetta Carmi, vengo da Genova, vorrei scattarle alcune foto». Ha un volto asciutto, occhi che non chiedono permesso, e mani ferme: la gentilezza sta tutta nella precisione con cui prende la mira. Alza lo sguardo. Io vedo le pupille e vedo il gesto che sta per accadere. Il cielo si restringe: la casa, la lente, l’otturatore

«Sono Lisetta Carmi,
vengo da Genova,
vorrei scattarle alcune foto»

Lei scatta. Un colpo secco, poi un altro. Lascio che il gesto finisca. La mia faccia fa quello che fa da anni al posto mio: rivela l’insensatezza del tutto. Dentro, qualcosa si sposta. Un pensiero breve passa e non trova appiglio. Mi arriva addosso la sensazione di essere diventato una figura ritagliata: un fantasma con la vestaglia.

Lascio scivolare gli occhi oltre lei, oltre il giocattolo che tiene in mano. C’è neve sul promontorio di Portofino, una striscia bianca appoggiata sulla cresta: quasi un errore. 

Lisetta è ancora qui, davanti a me: che non ci sono per nessuno. Silenzio è tutto quello che mi circonda. Ma se ha guardato bene, dentro quel nero troverà ancora qualcosa di vero da raccontare.

Mi volto e rientro. Accosto piano la porta alle mie spalle, senza schiocco: un gesto minimo, un taglio sottile, non ostile. Resto ai piedi delle scale e ascolto ancora quel poco che fa rumore là fuori: vento, respiro, la voce che si abbassa per non più disturbare. Avverto ancora chiaro il suo imbarazzo: quello di chi ha ricevuto nel medesimo gesto un dono e un rifiuto.

– Miro Renzaglia