GELA. UN MUSEO DEDICATO A PATTON? ANCHE NO, GRAZIE...
E no: un museo, nella città di Gela, dedicato a George S. Patton, proprio non s’ha da fare. Una triplice opposizione si è levata da autorevoli baluardi di difesa della memoria storica di quei tragici fatti del 1943.
Un primo no è stato espresso, e meticolosamente motivato a mezzo stampa e sui social già a metà marzo, dall’Associazione Lamba Doria, gruppo culturale con sede a Siracusa che da oltre vent’anni si occupa di ricerche, approfondimenti e ricostruzione storica sugli eventi della Seconda guerra mondiale in Sicilia. Tra i suoi iscritti figurano numerosi storici e ricercatori impegnati nel ricordo della Battaglia di Sicilia e delle innumerevoli vittime italiane, militari e civili, cadute sotto il fuoco angloamericano in quei cruenti scontri, troppo spesso trascurati dalla storiografia ufficiale.

Un altro no all’intitolazione del museo al generale Patton è arrivato da un’istanza di opposizione firmata da Massimo Lucioli, senese residente a Roma, pilota aeronautico e ricercatore storico, autore di varie pubblicazioni sugli anni di guerra e di fine guerra, tra cui, in collaborazione con Davide Sabatini, Rovetta 1945. Storia di una strage partigiana(Settimo Sigillo, 2001), Monterotondo 9-9-1943 (Youcanprint, 2020) e Germania anno zero. Atrocità e crimini di guerra Alleati nel «memorandum di Darmstadt» (Italia Storica Edizioni, 2021). È sua la firma della petizione, sottoscritta a oggi da oltre duemila persone, che chiede di fermare il progetto di un museo a Gela dedicato a Patton: «un’iniziativa culturale che rischia di essere molto divisiva».
Contattato nella mattinata di domenica da chi scrive, Lucioli spiega: «È stato un amico, il giornalista Andrea Cionci, a sensibilizzarmi sull’argomento, e non ho potuto fare a meno di mobilitarmi al suo fianco per far comprendere che la dedica a Patton sarebbe un errore storico e una mancanza di rispetto verso i tanti italiani caduti eroicamente in quegli scontri in terra siciliana. Sull’argomento ho indirizzato una lettera all’Assessorato dei Beni Culturali della Regione Sicilia, da cui non ho ricevuto risposta; ho scritto anche al sindaco di Gela, dal quale ho invece ricevuto un immediato riscontro, il che può far ben sperare, anche se per ora non offre certezze».
Sul piano delle proposte costruttive, l’alternativa avanzata da Lucioli e Cionci è che l’eventuale museo venga intitolato a Carmela Ferrara in Rodinò e ai suoi due figli, Grazio e Lucia, vittime innocenti della guerra e delle azioni criminali compiute da soldati statunitensi, in esecuzione di ordini crudeli e draconiani emanati dal generale Patton.
Ricorda Lucioli: «Il 10 luglio 1943 la ventenne Carmela Ferrara in Rodinò uscì di casa, in via Cappuccini Caricatore a Gela, con i suoi due figli, Grazio di tre anni e Lucia di appena un anno. Giunta all’incrocio tra via Cappuccini Caricatore e via Bevilacqua, si imbatté in un gruppo di Ranger americani. Presa dal panico, iniziò a urlare, ma fu immediatamente colpita da una raffica che uccise lei e i suoi bambini, falciati senza motivo né pietà insieme ad altri cittadini inermi».
Subito dopo lo sbarco in Sicilia,
si verificarono alcune
stragi di civili
Un terzo, ben motivato no alla dedica del museo al generale americano è risuonato pochi giorni fa in un dettagliato articolo del 7 aprile firmato da Fabio Andriola, nella 55ª puntata di È la Storia Bellezza, l’autorevole newsletter del mensile Storia in Rete, fondato e diretto dallo stesso Andriola nel 2005 e rilanciato online proprio domenica 12 aprile. Al centro del testo ci sono la rimozione della memoria, la retorica della liberazione e la persistente memoria selettiva del dopoguerra italiano.
«Un museo per celebrare il “liberatore” George Patton? Speriamo di no — scrive il giornalista —. La tendenza evidente è quella di esaltare ancora una volta, più per superficialità e ignoranza che per altro, un esercito straniero e di omettere di ricordare i soldati italiani che, in ogni caso, hanno difeso a caro prezzo la propria terra. E che qualcosa in più avrebbero meritato dall’Italia del dopoguerra, che invece si conferma, con questa vicenda, ancora una volta distratta, se non afflitta dalla solita memoria selettiva».
Curioso e discutibile, in effetti, è il progetto di un museo dedicato al generale Patton non negli Stati Uniti ma in Sicilia, e per giunta a Gela, dove, dopo lo sbarco del luglio 1943, i soldati americani — incitati proprio da lui — si macchiarono di numerosi eccidi. Il progetto prevede la realizzazione, nella città siciliana di circa 70 mila abitanti, di un museo dedicato allo sbarco anglo-americano del luglio 1943. Fin qui, nulla da obiettare. Ma la proposta, avanzata da un’associazione privata denominata «Mediatica, world company ideas», prevede di intitolarlo proprio al generale statunitense Patton.
Che ogni vicenda storica possa essere letta da almeno due punti di vista è considerazione comune e condivisa. Ma esistono eventi che sono pietra angolare della Storia e che, più di altri, impongono letture fortemente marcate. Il 1943 italiano, per esempio: lo sbarco degli Alleati, la caduta del fascismo, il passaggio del governo da Mussolini a Pietro Badoglio, l’armistizio, la liberazione di Mussolini da parte dei tedeschi, la nascita della Repubblica Sociale Italiana e la cobelligeranza badogliana del Regno del Sud al fianco di quelli che fino a un momento prima erano nemici.
Come ricorda Andriola, tutto iniziò nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943 con l’Operazione Husky, cioè la «Campagna di Sicilia del 1943», una delle operazioni militari più importanti della Seconda guerra mondiale, che vide lo sbarco sulle coste meridionali dell’isola di due armate anglo-americane: l’8ª Armata inglese al comando del generale Bernard Law Montgomery e la 7ª Armata statunitense. Gli americani, che allora erano nostri nemici, sbarcarono tra Licata, Gela e Scoglitti. Agli scontri presero parte 160.000 uomini e le perdite italiane, tra militari e civili, ammontarono a 4.325 morti, 32.500 feriti e 116.681 prigionieri. Comandante delle forze americane era appunto Patton.
Sottolinea Alberto Moscuzza, presidente di Lamba Doria: «Il 27 giugno 1943, durante la preparazione delle truppe statunitensi in vista dello sbarco in Sicilia, il comandante della 7ª Armata, generale Patton, tenne a rapporto gli ufficiali della 45ª Divisione di fanteria. Il discorso con cui motivò i soldati fu, in alcuni passaggi, molto duro ed esplicito: «Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero. È finito il momento di giocare, è ora di uccidere. Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali». Subito dopo lo sbarco in Sicilia, le unità statunitensi si diressero verso gli aeroporti della parte meridionale dell’isola, dove si verificarono già alcune stragi di civili, come quella avvenuta il 10 luglio 1943 a Vittoria: vi trovarono la morte dodici italiani, tra cui il podestà fascista di Acate, Giuseppe Mangano, e il figlio diciassettenne Valerio, che cercò di soccorrere il padre ma fu ucciso da un colpo di baionetta al volto. Per noi siciliani, il generale Patton è questo».
L'alternativa? Un museo alla memoria
di Carmela Ferrara in Rodinò
e ai suoi due figli, Grazio e Lucia
falciati senza motivo
dai mitra dei "liberatori"
La campagna militare iniziata con l’Operazione Husky portò rapidamente le truppe alleate a occupare vaste aree dell’isola. In molte narrazioni quelle truppe vengono presentate come liberatrici, ma la documentazione storica mostra come, accanto alle operazioni militari, si siano verificati anche veri e propri crimini di guerra, che coinvolsero civili e prigionieri. Si tratta di episodi che riguardano soldati appartenenti a unità dell’esercito statunitense impegnate nella campagna di Sicilia e dunque militari che operavano sotto il comando generale di Patton, il quale, secondo testimonianze attendibili, avrebbe istigato ufficiali e truppe a non fare prigionieri in un messaggio diffuso sulle navi nelle ore immediatamente precedenti lo sbarco.
Evidenzia ancora Andriola: «Così come in altri casi, c’è voluto molto tempo perché gli eccidi alleati in Sicilia venissero conosciuti e studiati. Si tratta, incredibilmente, di acquisizioni abbastanza recenti: i primi libri sull’argomento sono stati pubblicati dopo il Duemila, anche se di quelle stragi c’era già traccia negli atti di alcuni processi celebrati dalla stessa giustizia militare statunitense a ridosso dei fatti. Ma anche la memoria popolare ha conservato a lungo il ricordo di quegli eccidi e, nonostante il passare dei decenni, si è rivelata uno strumento essenziale per la ricostruzione storica di quanto avvenuto».

La multipla levata di scudi contro la dedica al generale americano dell’eventuale museo di Gela pare, intanto, aver prodotto un primo effetto. Lo testimonierebbe una lettera del sindaco di Gela (vedi sopra), Giuseppe Terenziano Di Stefano, inviata a Lucioli in risposta alla petizione. La lettera, pubblicata da Lucioli sulla propria pagina Facebook, non costituisce ancora la certezza dell’abbandono del progetto, ma rappresenta almeno una presa d’atto della questione e può lasciare aperto uno spiraglio.
Come sempre, il parlarne, lo scriverne e il farlo a più voci possono produrre risultati concreti, a condizione che resti fermo il massimo rispetto per la memoria storica di quei terribili fatti del tragico 1943.
–Rosanna Romanisio Amerio