IL SANTO E IL POETA, MITO E RITO DI FRANCESCO IN GABRIELE D'ANNUNZIO - un libro di Angelo Piero Cappello

IL SANTO E IL POETA, MITO E RITO DI FRANCESCO IN GABRIELE D'ANNUNZIO - un libro di  Angelo Piero Cappello

Per quanto possano sembrare in attrito le figure di Francesco e di d’Annunzio, il poeta ha sempre reso esplicita la propria fascinazione per il santo: la lascia affiorare negli appunti, la rifà in versi e in scene, la porta infine dentro le stanze e le iscrizioni del Vittoriale. Cappello prende questa evidenza e la strappa all’aneddoto: la tratta come un problema di forma e la condensa in una tesi semplice. In d’Annunzio San Francesco lavora come dispositivo capace di far passare un’immagine in linguaggio e, più avanti, un linguaggio in segno. All’inizio è mito operativo, una riserva di immagini e di cadenze che la pagina assorbe e riorienta; quando la traiettoria si compie diventa rito, una regola di stanze, segni e motti che al Vittoriale imposta percorsi e gesti. Il punto si capisce bene dall’esempio più concreto che Cappello mette a fuoco: l’Oratorio dalmata della Prioria. Lì d’Annunzio firma una soglia. Sulla porta fa incidere Nihil coinquinatum e la marca con l’effigie del santo; all’interno incastona nella parete una fonte in marmo rosa con inciso il Cantico su «suor Acqua», accanto a una lampada votiva lasciata accesa in memoria della madre. A monte, l'autore fa notare che già l’ingresso alla Prioria è scritto come un varco: sull’arco campeggia l’augurio di pace, e sull’architrave compaiono due motti, «Clausura, fin che s’apra – Silentium, fin che parli», che trasformano una porta in regola di lettura e di comportamento.

Il tutto è sostenuto da un apparato iconografico e documentale notevole: fotografie, dettagli d’ambiente, iscrizioni e tracce materiali che non illustrano soltanto, ma fanno da prova, perché costringono a vedere dove il motivo francescano si è depositato davvero.

Per quanto possano sembrare in attrito le figure di Francesco e di d’Annunzio, il poeta ha sempre reso esplicita la propria fascinazione per il santo

Da qui la risalita all’origine della miscela. Nel d’Annunzio panico e sensoriale la natura si offre come ebbrezza e assimilazione; con Francesco entra una temperatura diversa, quella del creato e della fraternità, dove la natura prende voce e misura. Il libro segue la frizione tra queste due grammatiche senza scioglierla in un’idea vaga: la scrittura prende il motivo francescano e lo rimonta come energia di lode, lasciando attivi estetismo e paganesimo. Ne esce un santo che vale come lessico e assetto, capace di autorizzare la lode della materia e di imporre disciplina al gesto poetico.

Il passaggio decisivo ha una data e un deposito testuale: Assisi 1897 e il Taccuino d’Assisi. Cappello indica il momento in cui d’Annunzio passa per Assisi e registra l’urto in appunti di lavoro. Il Taccuino è quel fascio di note annotate sul posto: impressioni, formule, dettagli, materia grezza che poi rientra in testi diversi e cambia pelle. Il libro fa bene a restare sui dettagli, perché nel Taccuino la scena è già pronta: un motto latino appuntato sulla porta di San Damiano, e poi particolari fisici che restano addosso. La cappella “affumicata” e odorante di cera; le tracce di figure sulla parete; il leggio enorme con le spighe; nel coro di Santa Chiara un orologio a pendolo “morto”, con poche ore segnate, e una tabella che parla di fragranze sotto il pavimento. Cappello mostra anche il punto in cui quella materia grezza rientra davvero nella scrittura: nelle Faville del maglio riprende il filo del Taccuino nello scritto francescanamente intitolato Scrivi che quivi è perfecta letitia e lascia affiorare il timbro d’origine in una riga secca, quasi una didascalia d’autore: «Assisi — 13 sett. 1897 San Damiano. Su la porta: Vade, Francisce, repara domum meam quae labitur». Qui si capisce cosa significa “semina”: un appunto resta, riappare, cambia forma, ma non perde la presa.

Su questa base l'autore colloca il tratto più persuasivo del volume: le Laudi e Alcyone, dove Francesco pesa soprattutto come forma. Cadenze, gesti di lode, modelli di montaggio ereditati dalla lauda e dal cantico, poi riconvertiti in sensualità. Il punto non è la presenza di un “tema”, è la costruzione della voce: ritmo, intonazione, taglio, ossatura del canto.

In Le Vergini delle rocce la monacanda Massimilla viene ribattezzata «suor acqua», e la battuta «Laudato sii, mi Signore, per sor acqua» porta il Cantico dentro un romanzo mondano

Dentro la stessa corrente entrano Chiara e le clarisse, una doppia presenza resa leggibile senza forzare. Un esempio fa capire quanto Francesco sia già lingua pronta all’uso: in Le Vergini delle rocce la monacanda Massimilla viene ribattezzata «suor acqua», e la battuta «Laudato sii, mi Signore, per sor acqua» porta il Cantico dentro un romanzo mondano, senza chiedere devozione, solo efficacia. Nella scrittura compaiono personaggi e atmosfere di clausura; nella vita organizzata del Poeta si addensano ruoli e regole, una disciplina di relazioni che usa il lessico monastico come cornice. Emerge così un nodo che il libro sfiora e che vale la pena trattenere: la clausura come tecnica di governo di sé, la santità trattata come grammatica di comportamento utile a impaginare gerarchie.

Il motivo cambia temperatura quando entra la guerra. Cappello mostra come il francescanesimo possa diventare formula di ardimento e di comando, un santo piegato a motto e impresa, fino a quella dedica che suona come un sigillo: «Memento, Francisce, audere semper». Francesco si fa marchio spendibile nei gesti pubblici: dediche, fotografie, cerimonie, rituali di appartenenza.

La scena pubblica, però, non è un fondale neutro. Qui Cappello inserisce con intelligenza la vicenda di Arnaldo Fortini, sindaco di Assisi: nel 1926, anno del VII centenario della morte di Francesco, d’Annunzio si aspetta un coinvolgimento nelle celebrazioni e si sente tagliato fuori. Ne nasce una reazione da prestigio ferito: nelle lettere a Lucia Cozzaglio compaiono frasi estreme, le suore “abolite”, il travaglio che porta a «ho ucciso il Dio», fino al gesto di «ripudiare» quel Francesco “di tutti”. Qui si vede una cosa precisa: il santo funziona anche come patto. Finché la città e la macchina celebrativa riconoscono il poeta, Francesco tiene insieme autore e comunità; quando quel riconoscimento salta, arriva la revoca simbolica.

Quella stizza, però, non svuota l'iconografia francescana al Vittoriale. Il rito resta perché è già diventato architettura della vita, e perché il santo, una volta trasformato in segno, continua a lavorare anche quando l’umore cambia.

L’Intermezzo di Pietro Gibellini alza il livello sul piano filologico. La lettura della Sera fiesolana come testo con una gestazione assisiate, e l’attenzione alla genesi e alle varianti, mostrano che la tesi regge quando scende sui dettagli: il passaggio dal taccuino alla poesia diventa un percorso verificabile.

Nella seconda parte, quella del Vittoriale, Francesco smette di essere “tema” e diventa rito, una rete di rimandi che organizza lo spazio

Nella seconda parte, quella del Vittoriale, Francesco smette di essere “tema” e diventa rito, una rete di rimandi che organizza lo spazio. Cappello assume l’impianto interpretativo di Terraroli e lavora sulle concatenazioni simboliche senza farne un inventario: un oggetto spinge verso una stanza, la stanza verso un motto, il motto verso un comportamento. Quando, per esempio, descrive il tragitto che porta alla Stanza del Lebbroso(o del Misello), insiste proprio su questo passaggio dal mito al rito: un percorso interno studiato come scena, e un nome preso da una lettura, tradotto e inchiodato all’allestimento, fino a far diventare il «misello» una figura abitabile, non più solo raccontata. Nella Prioria e nei suoi ambienti raccolti, tra iscrizioni e reliquie, la casa si lascia leggere come testo e il testo si lascia abitare come casa. È qui che il libro dice la sua cosa più vera: il sacro presta potenza di segno a un progetto laico, spesso pagano, e lo rende leggibile stanza dopo stanza, come “pietre vive” ordinate a una regia.

La chiusura sulla biblioteca francescana serve da argomento concreto. Volumi, tracce, quantità, frequentazione: scenografia e sedimentazione di letture insieme. Questo sostiene l’idea di un apprendistato lungo, fatto di simboli presi, studiati, rifunzionalizzati, fino a diventare parte dell’arredo mentale e materiale.

Cappello sa tenere insieme cronologia e tecnica, testo e luogo, parola e pietra. E lascia una domanda che punge: quanta parte della modernità vive di questa operazione, sacralizzare la propria biografia, costruirle un tempio, chiamarla destino?

— 𝗠𝗶𝗿𝗼 𝗥𝗲𝗻𝘇𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮

Scheda libro completa

  • TitoloIl santo e il poeta. Mito e rito di Francesco in Gabriele d'Annunzio
  • Autore: Angelo Piero Cappello
  • Contributi: Pietro Gibellini (Intermezzo critico: La sera francescana. Una lettura de La sera fiesolana)
  • Editore: Ianieri Edizioni
  • Anno: 2025
  • Pagine: 188
  • ISBN: 979-12-5488-170-5
  • Prezzo: € 28,00
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