MARIO DRAGHI: EUROPA POTENZA. O NULLA PIÙ

MARIO DRAGHI: EUROPA POTENZA. O NULLA PIÙ

Il discorso di Mario Draghi, pronunciato a Leuven il 2 febbraio 2026, è lucido, necessario, politicamente adulto. Lucido: struttura del mondo, dipendenze reali. Necessario: rimette al centro una parola che in Europa si pronuncia con imbarazzo, potere. Adulto: pretende una conseguenza verificabile. L’Unione deve diventare federazione per restare soggetto, quindi per restare credibile anche quando parla di valori.

La diagnosi è chirurgica. La cornice che ha garantito pace, sicurezza e prosperità si è chiusa. La transizione produce il rischio concreto per l'Europa di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata.  Da un lato gli Stati Uniti, che riportano a casa industria, tecnologia e filiere e trasformano l’alleanza in una relazione a condizioni. Dall’altro la Cina, forte su alcuni snodi industriali difficili da sostituire: materie lavorate, componenti, capacità produttiva. In mezzo c’è l’Europa, che continua a trattare le interdipendenze – accesso a componenti, materie lavorate, dati, infrastrutture – come comodità, invece che come vincolo strategico e condizionalità politica.

«Dove l'Europa si è federata
siamo rispettati come potenza
e negoziamo come un soggetto unico» (M.D.)

Il punto più impietoso è istituzionale. Per Draghi il vero problema europeo è decisionale prima ancora che tecnico. La logica confederale, con il suo culto del veto e del «calcolo separato», produce esitazione come risultato meccanico. Politica estera e difesa restano territorio di coordinamenti intermittenti, quindi terreno perfetto per essere divisi e gestiti dall’esterno. Il risultato è un deficit di efficacia che poi diventa deficit di legittimità, perché gli elettori registrano un saldo elementare: parole in surplus, capacità in deficit.

L’Europa è forte dove ha costruito unità e continuità di esecuzione, è fragile dove ha lasciato tutto alla somma degli Stati. Sul mercato unico e sul commercio esiste una forza negoziale riconosciuta; su difesapolitica industriale e esteri resta una costellazione di Stati medi, ciascuno vulnerabile. E quando commercio e sicurezza si sovrappongono, la potenza commerciale diventa leva contro la dipendenza strategica. In quel punto la retorica si spegne e conta solo la capacità.

«Solo gli europei hanno l'opzione
di diventare essi stessi
una vera potenza» (M.D.)

Ed è esattamente questa la critica, senza attenuanti, agli statisti europei: l’Europa tentenna a federarsi perché preferisce la rassicurazione procedurale al salto politico. Esistono già principi di solidarietà e assistenza reciproca; restano parole quando mancano strumenti comuni, pianificazione, interoperabilità e una catena decisionale rapida. La presenza di regole, da sola, non produce capacità. La capacità nasce da scelte: integrazione di procurement e industria, priorità condivise, standard comuni, un bilancio coerente con la parola difesa, responsabilità politica esplicita.

L’Europa paga ogni rinvio due volte: lo paga in credibilità esterna e lo paga in coesione interna. La frammentazione viene letta come debolezza e quindi viene messa sotto pressione. E la politica europea, quando resta confederale, offre sempre un alibi nazionale pronto all’uso. Se la federazione resta un tabù, la difesa comune resta un capitolo rinviabile e il resto del progetto scivola verso un perimetro amministrativo esposto a ricatti. , ha concluso.

— Miro Renzaglia