COME UNO STANCO MITO - di Maurizio Gregorini

COME UNO STANCO MITO - di Maurizio Gregorini

Nell’immaginario di Maurizio Gregorini, il corpo nudo dell’amata viene accolto entro una scenografia sacrale popolata di dèi, ninfe, vestali e richiami all’antico Olimpo. Diventa presenza sublimata, immagine sottratta alla realtà comune e consegnata al regno del mito. Poi quel museo comincia a scricchiolare e le sue statue diventano simulacri, reliquie di un incanto che si consuma. Le statue sudano tra lenzuola disfatte, odori trattenuti e tracce di una sessualità ormai quotidiana. Gli dèi finiscono accanto a un barattolo di Nutella, a un mazzo di chiavi lasciato sul tavolino. L’Olimpo resta in scena, certo. Però ha il fiato corto.

L’apparizione iniziale non resta ferma nella sua luce. Il corpo amato, prima consegnato alla distanza del mito, viene avvicinato, desiderato, posseduto, richiamato dentro una scena sempre più instabile. La tensione erotica cresce, si carica di teatro, poi comincia a perdere splendore. La stanza prende il posto dell’altare. Il titolo lavora già da qui: il mito continua a brillare, ma sotto quella luce si sente avanzare la stanchezza.

Il corpo nudo dell’amata
diventa presenza sublimata,
immagine sottratta alla realtà comune.
Poi comincia a perdere splendore
e la stanza prende il posto dell’altare

Proprio mentre viene avvicinata, desiderata, posseduta, la donna amata continua a perdere consistenza concreta. Ogni gesto erotico la porta nella stanza, ogni nome mitico la sposta altrove. Diventa dea, ninfa, statua, demone, fiore carnivoro, mantide, vestale, Ofelia. Ogni nome la innalza e insieme la allontana. L’io poetico la guarda attraverso le maschere che lui stesso le costruisce addosso; così l’amata diventa presenza, idolo, superficie di proiezione, corpo desiderato e immagine irraggiungibile. L’idealizzazione amorosa consegna la donna alla presa dello sguardo, dentro una mitologia privata che la rende splendida e insieme imprigionata. L’amore diventa una macchina di idealizzazione, possesso, proiezione, profanazione, perdita.

La lingua di Gregorini cerca continuamente l’urto. Il verso libero procede per scatti, torsioni, impasti sonori, parole saldate, accelerazioni improvvise. Termini come «caldomiodolore» e «vuotimmenso» mostrano bene questa tendenza a comprimere esperienza fisica e invenzione verbale nello stesso gesto. Anche il plurilinguismo lavora in questa direzione: costruisce una biblioteca eccitata, teatrale, spesso ammiccante. Quando la spinta inventiva si scopre troppo, il verso si carica di fregi. Quando invece la deformazione nasce dalla pressione del desiderio, la lingua trova una mobilità nervosa, riconoscibile.

Sul fondo emergono ascendenze diverse, e proprio questa mescolanza spiega la natura irregolare del libro. Catullo affiora nella ferita amorosa fatta di desiderio, accusa e rancore. Ovidio agisce nella metamorfosi continua dei corpi in figure. D’Annunzio pesa nel sensualismo pagano e nella donna trasformata in materia preziosa. Baudelaire si sente quando splendore e corruzione abitano lo stesso fiore. Dino Campana resta sul margine notturno della visione femminile, lunare, apparitiva. La linea più prossima è quella neo-orfica e mediterranea di Giuseppe Conte, direttore della collana, ma Gregorini la sposta verso una teatralità più impura, meno composta, più esposta alla recita, alla smorfia, al travestimento.

L’amore voleva eternità
e produce consumo;
voleva assoluto e lascia oggetti;
voleva mito e incontra stanchezza

La teatralità impura del pantheon gregoriniano trova nella materia oscena il suo punto di massima esposizione. Il «Prendimi» ripetuto fino al catalogo delle posizioni, la «gioia perinale» chiesta alla mantide ferale, l’idealizzazione che arriva a «sodomizzarti in furia» portano l’eros fuori dalla bella cornice e lo consegnano alla sua zona più vulnerabile. Il possesso espone chi pretende di possedere. La profanazione conserva una traccia di consacrazione. L’amata, trasformata in mito, comincia a vincolare il suo stesso artefice. Da questa materia ruvida nasce una conoscenza amara: il sesso diventa soglia di verità perché mostra la parte più esposta dell’amante.

Il tempo cambia il passo della raccolta. Gli occhi diventano stanchi («Ho visto stanchi occhi / quest’oggi nei tuoi occhi»). I gesti si ripetono. La promessa amorosa si consuma. Il sesso si ritira. Restano lo specchio, il cuscino, gli indumenti, le chiavi, un gatto placido davanti alla fine, la pioggia. La figura amata non coincide più con la presenza: diventa voce consumata, immagine rimasta dentro come un organo spento, sogno impossibile da sognare, Ofelia che muore tra i flutti. L’amore voleva eternità e produce consumo; voleva assoluto e lascia oggetti; voleva mito e incontra stanchezza («l’eternità del mito / ha smesso di essere eterna»).

Miro Renzaglia

SCHEDA LIBRO
Titolo:
Come uno stanco mito
Autore: Maurizio Gregorini
Editore: Alessandro Prevosto Editore
Collana: L’oceano e la lunaAnno: 2026
Pagine: 72
Prezzo: €.10,00
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L’Olimpo resta in scena, certo. Però ha il fiato corto.


L’eros attraversa il corpo e scopre la forma della propria dipendenza.


L’amore voleva eternità e produce consumo; voleva assoluto e lascia oggetti; voleva mito e incontra stanchezza.